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Qual è l’orario di lavoro migliore affinché psiche e corpo stiano bene.


Gli esperti: «Oggi il lavoro si porta anche a casa e si tende a mescolare il tempo di svago con quello della professione il che non dà modo di staccare la spina»


  La Stampa   |     17/09/2018


Qual è l’orario di lavoro migliore affinché psiche e corpo stiano bene.

Per la maggior parte degli italiani le vacanze sono ormai terminate e ognuno, volente e nolente, si è rimesso all'opera e si confronta con i propri impegni lavorativi. 

L’orario di lavoro è per moltissime persone un vero e proprio problema che può rendere difficile anche amare quello che si fa, perché l’impiego non lascia lo spazio desiderato per i propri interessi e impegni di famiglia e non di rado crea problemi di salute. In particolare i lavoratori su turni tendono a lamentare problemi di salute quali insonnia, disturbi digestivi, neuropsichici e metabolici.   

«Definire in linea teorica quale potrebbe essere l’orario di lavoro migliore in assoluto è molto difficile, poiché definirlo dipende da molteplici fattori di carattere fisiologico-patologico come per esempio il ciclo sonno-veglia, il livello di vigilanza e di performance, ma anche di tipo psicologico, sociale e ambientale. Tutti questi fattori si intersecano e influenzano vicendevolmente e in maniera diversa nei diversi lavoratori in relazione all’età, al genere, alla situazione familiare, alle condizioni socio-economiche, abitative, ai tempi di pendolarismo, organizzazione degli orari sia di lavoro sia dei servizi sociali (ad es. trasporti, scuole, uffici)» spiega Giovanni Costa, Ordinario di Medicina del lavoro in quiescenza, dell’Università di Milano.  

Esiste un orario di lavoro ottimale?  
Per moltissimi lavoratori il lavoro consiste di 40 ore settimanali distribuite su 5 giorni settimanali dalle 9 alle 17. Un esperimento condotto in Finlandia, tuttavia, ha provato a vedere cosa succede riducendo l’orario di lavoro da 8 a 6 ore al giorno.  

I dipendenti si sono rivelati felici della soluzione: è stata riscontrata una maggiore soddisfazione a fronte di un uguale o superiore rendimento lavorativo. L’esperimento, però, è stato giudicato come antieconomico per il datore di lavoro.   

«È chiaro che, in linea generale, un periodo di lavoro più breve, un’organizzazione più flessibile, con tempi di riposo adeguati e carichi di lavoro accettabili, sono condizioni ideali cui ambire, ma che è difficile perseguire in molte situazioni – spiega ancora il professor Costa- è pertanto estremamente difficile dare delle indicazioni circa un “orario ottimale” a carattere generale in quanto le possibile soluzioni vanno individuate in relazione alle diverse situazioni e relativa contestualizzazione: un conto, per esempio, è il lavoro a giornata e un’altra è il lavoro a turni, soprattutto quello che coinvolge anche il lavoro notturno. L’argomento è estremamente complesso e da molti anni vi è un’ampia e articolata discussione in vari ambiti da quello medico, a quello psicologico, sociologico, economico-produttivo, con varie argomentazioni e proposte nelle diverse prospettive».   

Fonte: http://ow.ly/aEBf50iS83K








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